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Il capo della banda della Uno bianca non è nuovo a queste dichiarazioni, spiega il legale dell’associazione dei famigliari delle vittime

BOLOGNA – “I servizi segreti ci hanno chiesto di uccidere”. Roberto Savi lo ammette annuendo, rispondendo affermativamente alla domanda di Francesca Fagnani, nel corso della puntata di Belve Crime trasmessa da Rai2, di cui si è cominciato a parlare già nelle ore precedenti alla messa in onda, quando è stata diffusa un’anticipazione.  Un’apparizione televisiva in cui il maggiore dei fratelli Savi, l’ormai 72enne capo della banda della Uno Bianca, che fece 24 morti e oltre 100 feriti in più di 100 episodi in Emilia-Romagna fra il 1987 e il 1994, ha ammesso la «copertura» da parte di apparati dello Stato.

“Quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere, e alla fine ci hanno fatto arrestare. Ci sentivamo abbastanza sicuri, ma non del tutto”, ha detto, parlando poi in particolare dell’omicidio dell’ex carabiniere Pietro Capolungo, avvenuto il 2 maggio 1991, nella sua armeria di via Volturno a Bologna: “Noi eravamo quelli che delle volte abbiamo fatto quel lavoro lì». La Procura di Bologna ha acquisito il video dell’intervista e ha deciso di interrogare Savi per chiedere direttamente conto delle risposte, nell’ambito di  un fascicolo aperto dal gennaio del 2024, proprio sulle coperture della banda, dopo un esposto dell’associazione dei familiari delle vittime tramite i loro legali, tra cui l’avvocato Alessandro Gamberini

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