Ammesse tutte le parti civili: famiglia della vittima, Comune di Bologna e sindacati. Jelenic non ha mai spiegato il movente
BOLOGNA – Una maglia a maniche corte, i tatuaggi in vista, sorride appena entra in aula, poi china spesso la testa e a un certo punto chiede di uscire. La convinzione, dice il suo legale, di non dover stare in carcere. Si è presentato così, per la prima volta davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Pasquale Liccardo, il croato Marin Jelenic, 36enne imputato per l’omicidio volontario aggravato di Alessandro Ambrosio, 34enne capotreno ucciso a coltellate nel parcheggio del piazzale ovest della stazione di Bologna. Seduta in aula c’è Francesca Ballotta, è molto provata la compagna della vittima. Così come i genitori del capotreno, che non se la sono sentita di avere davanti il presunto assassino del figlio. La Corte ha respinto la richiesta della difesa di Jelenic, che aveva avanzato la necessità di una perizia psichiatrica. Quanto però riferito dall’imputato su suoi presunti problemi e assunzioni di farmaci non prescritti, non dimostrano azioni deliranti secondo i giudici, per i quali Jelenic, che lamenta di essere stato aggredito in carcere, appare lucido e partecipe, in grado di stare nel processo, oltre che di riconoscere il disvalore delle sue azioni. I giudici hanno ammesso tutte le parti civili che ne avevano fatto richiesta, la Filt Cgil, la Filt Cisl e il Comune di Bologna. L’accusa, che si era opposta alla richiesta di perizie, è sostenuta dal pm Michele Martorelli, la seconda udienza è fissata per mercoledì prossimo.